DISEGNI PER STOFFA

 

DISEGNI PER STOFFA IN BIANCO E NERO 2008

NUOVA COLLEZIONE 2008

 STOLE DI SETA 

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DISEGNI PER STOFFE DI SETA

 
DISEGNI PER STOFFE 
 

Cenni di storia del tessuto

Cenni di storia del tessuto (VII - XIV secolo)

da: L'antico tessuto d'arte italiano nella mostra del tessile nazionale. Roma, 1937

 

I più remoti impulsi all'arte tessile italiana, vanno ricercati nelle stoffe copte, e soprattutto in quelle orientali. Le prime, esumate dalle tombe, riflettono l'arte dell'Egitto nella nuova luce del Cristianesimo, dal IV fino al VII secolo circa, allorché venne sopraffatto dalla conquista araba (a. 641) che vi propagò la sua civiltà e la sua religione: in esse elementi egizi, ellenistici ed anche orientali s'innestano a spiriti e modi che attestano il persistere della tradizione romana. Le altre diffondono per tutto l'Occidente il sorriso di quella brillante fantasia che colora i primi canti del poema cristiano e innova gli schemi decorativi classici riflettendovi l'eco di un mondo favoloso, di animali e vegetazioni fantastiche, l'ardenza di una colorazione che gareggia con le gemme in lustri e splendori.Le stoffe copte sono intese con una tecnica impressionistica, a macchie vivaci di colori, a notazioni rapide di movimento e di azione, con una spigliatezza naturalistica che non esclude l'estro di trasformare con senso ornamentale sia la figura umana e quella animale, sia il mondo delle forme vegetali e geometriche.Nel Museo Correr di Venezia, in quello di Palazzo Venezia, nel Museo Artistico Industriale di Roma... sono conservati frammenti tipici di questo cospicuo materiale d'arte tessile.

Tipicamente alessandrino è un frammento di stoffa che raffigura Sansone in atto di sbranare il leone, in accordo di rosso e giallo, in cui l'azione determina vivaci ritmi lineari conservato nel Museo Nazionale di Firenze. I tessuti alessandrini erano dei più pregiati fra quelli dei primi secoli del Cristianesimo, e Alessandria, più che la Siria, fu l'emporio massimo di esportazione verso l'Occidente.Quando in Oriente s'accese il fulgore dell'arte bizantina, nella quale confluivano elementi romani, ellenistici, sassanidi, siriaci, come in un potenziamento del genio orientale, se l'arte nostra ne risentì l'influsso specie nel dominio delle manifestazioni decorative, ciò non avvenne senza un intricato  gioco d'interferenze e di scambi non ancora pienamente chiarito. E se l'importazione di stoffe bizantine dovè essere copiosa, come attesta, fra l'altro, il Liber pontificalis romano, non difettarono pertanto le interpretazioni e derivazioni da quei modelli, fra le quali si trovavano certamente molte delle stoffe mandate in dono dai papi ai sovrani d'oltralpe.S'annoverano parecchie stoffe di carattere bizantino. Al IX secolo risale il celebrato Velo di Class proveniente dal Museo Nazionale di Ravenna, a ricami con figurazioni di Santi, in una delicata armonia oro e rosso, che originariamente costituiva la cornice di un velo d'altare; al X la Casula di Bressanone, forse la più bella stoffa uscita dalle fabbriche imperiali di Costantinopoli, a grandi aquile campeggianti contro un sontuoso fondo di porpora; all'XI secolo va riferito il Pallio di Castell'Arquato raffigurante nelle due parti onde consta la Consacrazione del pane nell'Ultima cena e la Consacrazione del vino.Nella Dalmatica denominata a torto di Carlo Magno perché opera probabilmente del secolo XII, malgrado le menomazioni subite della Basilica di San Pietro a Roma, con la rappresentanza della Trasfigurazione da un lato, della Resurrezione e della Vita eterna dall'altro, l'arte del ricamo raggiunge finezze mirabili nella freschezza del colore, azzurro, grigio e oro, nel fluire delle linee, nella dignità delle figure, nel senso lirico della scena della Resurrezione governata dalle insistenti cadenze proprie dell'arte bizantina.Ma in Sicilia, forse già intorno al X secolo, malgrado che la denominazione araba vi avesse diffuso le sue stoffe decorate ad intrecci e forme geometriche che assumono il valore di un linguaggio musicale, e a Lucca, si lavoravano stoffe, inizio di una attività che diventerà gloriosa nei prossimi secoli. Ed è nota pure l'operosità di fabbriche a Catanzaro.Con Ruggero II specialmente le fabbriche palermitane acquistarono grande sviluppo. Egli le accolse nella sua stessa Reggia, come a Bisanzio avevano trovato luogo fin dal IV secolo nel Palazzo Imperiale. A Palermo i partiti ornamentali e cromatici importati dall'Oriente e dall'Islam vennero elaborati. Mentre le stoffe bizantine preferivano le colorazioni in rosso porpora, i azzurro cupo, in violaceo, e soltanto fra il X e l'XI secolo sentirono l'influenza della iridescente colorazione orientale, per la maggior parte le stoffe sicule amarono le gamme calde e variate, in una intonazione gemmea. E quanto agli schemi decorativi, se s'inspirarono all'Oriente e all'arte araba per le teorie di animali che animano i drappi, disposero le figure non più affrontate, bensì in movimento, l'una contro l'altra, separate da steli o piante stilizzate con schietto sentimento decorativo, sì da richiamare soltanto vagamente l'albero della vita caratteristico delle stoffe persiane; e secondo una linea verticale, benché di quando in quando riaffiori l'ordinanza a linee orizzontali ed a scomparti circolari inscriventi figure di animali, che è propria dell'arte romanico-bizantina, e trova nel fiammeggiante piviale di Bonifacio VIII del Duomo di Anagni la sua apoteosi. Le magiche scritte arabe si riscontrano in ogni tempo nelle stoffe siciliane, ma spesso esse disimpegnano una funzione puramente ornamentale.Da queste officine potè uscire la Casule di S. Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury accesa come dai riverberi di una fiamma, in un gioco lineare e ritmico su bizzarre suasive cadenze che definisce le figurazioni segnate di singolari accenti e intese in contrapposizioni di  linee sul punto di risolversi in altre combinazioni e figure ritmiche. Certo la Casula di damasco verde (seconda metà del sec. XII) già nel tesoro i S. Pietro a Salisburgo, ora nella Collezione Abegg di Torino, della stessa qualità del manto dei sovrani siciliani, e quindi tessuta nelle manifatture reali a Palermo, a fini disegni verde su verde e una decorazione a oro puro e perle di balenante splendore. La vitalità di queste fabbriche si estende nel sec. XIV, come la fede il Piviale in broccato verde del Museo Civico di Torino.Accanto a Palermo, e con  maggiore indipendenza dalla tradizione orientale e da quella araba, si sviluppa l'industria lucchese, che nel sec. XIII vantava tremila telai, Lucca derivò in parte i suoi schemi decorativi da Palermo su motivi zoomorfi e vegetali fantasticamente sentiti, ma predilesse altresì gli schemi a castelli, e comunque interpretò i partiti ornamentali di Oriente nei modi propri del linearismo gotico, differenziandosi nettamente per il disegno limpido, sempre nitidamente definito, anche quando non segue schemi regolari o fantastici; partecipando così dall'ordine, della razionalità, della purezza aurea dell'arte toscana. Si tende alla interpretazione del vero, pur nel vivo sentimento decorativo della linea, non alla ieraticità e alle solenni sequenze che le stoffe panormitane derivarono dai bizantini.Lucca ebbe segnatamente i diaspri, se pure derivati in un certo modo da prototipi orientali e siciliani, così denominati perché il fondo tenuto lucido e il disegno opaco determinano un morbido colore cangiante, una lucentezza madreperlacea che richiama talune maioliche dette diasperate. Si veda il Piviale del Museo Artistico Industriale di Roma, ad aquile e dromedari contrapposti in leggiadre figure ritmiche di un bel rosso ormai stinto, con notazioni in giallo e verde.Con Lucca s'entra in pieno nel periodo gotico, e ciò spiega anche le tendenze naturalistiche proprie di tutta l'arte del periodo. Nel secolo XIV si rompono decisamente, come parecchi degli esemplari or citati dimostrano, gli schemi immobili e solenni dell'arte romanica; gli animali e le piante, pur nella linea decorativa, vivono una loro vita intensa e talvolta drammatica, ora in lotta fra loro, ora insidiati da come da una forza oscura. S'avverte nelle stoffe l'influenza cinese che si fa strada rapidamente con i suoi ori preziosi, le sue fantasticherie raffinate che trasportano in un mondo di sogno, e le sue tecniche espertissime, pur non arrestandosi del tutto l'importazione dall'Oriente mediterraneo e asiatico, palese anche nei dipinti di taluni pittori, come nell'Incoronazione della Vergine di Paolo Veneziano a Brera, e in una tavola di Allegretto Nuzi della Pinacoteca di Fabriano.S'aggiunge l'importazione di stoffe d'opus anglicanum e d'opus theotonicum, queste soprattutto a ricamo, quelle rappresentate tuttora da splendidi esemplari, quali il Piviale di Pio II del Museo di Pienza, smagliante di colore, una gioia degli occhi e dello spirito nelle sue figurazioni eleganti, elegantemente inquadrate, e il Piviale con le storie della vita di Gesù del Duomo di Anagni di una armoniosa colorazione rosso e verde; ma il tessuto d'arte nostro mantiene propri i caratteri e li afferma ogni giorno di più.Lucca continua il suo ciclo perfezionando i modi e le tecniche a lei proprie, trasformando e segnando della propria impronta il rinnovamento che nell'arte tessile si determina durante il Trecento. Anzi l'emigrazione della sua gente a Firenze, Venezia, Bologna, crea altri centri di produzione, e innova le fabbriche già operose, mentre fiorisce sotto altri impulsi l'arte tessile pure a Genova.Nel secolo XIV si sviluppa notevolmente anche il ricamo. I ricamo italiano si differenzia da quello nordico che fu ricco di complicazioni ornamentali, per il disegno chiaro e largo, e la minore accentuazione dell'ornato gemmeo. LA materia decorativa è fornita dal mondo vegetale ed animale in un sentimento naturalistico che si giova largamente delle eleganze lineari gotiche.

 

tratto da http://www.ambientece.arti.beniculturali.it

 

Le stoffe applicate o tentures

 

Le stoffe applicate o tentures

 

 

 

 

Il regno del Danhomé è celebre per le sue stoffe applicate.

Ideate alla corte, dal XVIII al XIX secolo furono consacrate in particolare, alla celebrazione dei "nomi forti", i nomi di vanto assunti dai sovrani, e delle gesta importanti della monarchia fon. Le stoffe raggiunsero un'elaborazione artistica sufficientemente elevata da essere spesso offerte alle altre nazioni con le quali il regno intratteneva relazioni. Servivano come segno d'amicizia in occasione dei funerali. Sin dalla conquista del regno da parte dei francesi nel 1894, le stoffe applicate hanno ritratto svariati temi legati alla vita quotidiana. Esse sono tuttora fonte d'ispirazione per gli artisti contemporanei.

 

 

 

La secolarizzazione di un'arte religiosa:

Le fonti orali raccolte presso le famiglie di artisti di corte di Abomey, attribuiscono al Re Agadja (1708-1740) l'introduzione di quest'arte alla corte del Danhomè.

Durante una campagna nel Wémè, Agadja sarebbe rimasto impressionato dagli adepti del vudù Tedoe a Gbozoummè, i cui gonnellini descrivevano, durante le danze, dei cerchi di colore che ricordavano quelli dell'arcobaleno. Decise di farli venire a corte affinché lo vestissero dei colori dell'arcobaleno.

 

In principio, poiché disponevano solo della tessitura, si limitarono a ornare gli abiti reali con motivi semplici, che non avevano legami fra di loro. L'esplosione dell'arte della stoffa applicate si deve all'importazione massiccia di manufatti tessili occidentali, dopo la conquista del porto di Ouidah nel 1727 da parte dello stesso re Agadja. Da questo momento, gli artisti della corte ebbero accesso ad una variegata gamma di stoffe a tinta unita, che sono alla base di quest'arte.

 

 

La tecnica:

L'applicazione è la tecnica fondamentale della tenture.

 

 

In breve, consiste nel cucire una stoffa su un'altra. Qui, i principi visivi entrano in gioco per gli artisti. Il termine "nu ta do nu mè" (mettere in risalto una cosa attraverso un'altra) attribuito alla tenture ci aiuta a comprendere: gli artisti evidenziano una stoffa di fondo con altre di colori differenti. Così come nella fotografia il "positivo" rivela il "negativo", i ritagli colorati, giocano a svelare e a celare il fondo oscuro sul quale sono applicati. La parola fon implica anche "la dispersione" dei motivi lungo la superficie della stoffa. Nel XIX secolo, il bianco e il nero erano i colori di fondo preferiti. Un esame degli esemplari più antichi mostra come gli artisti evitassero di lasciare spazi vuoti sulla stoffa.

 

Diverse tappe portano alla confezione di una tenture: si taglia la forma dei soggetti e si pongono sul fondo imbastendoli, questa flessibilità permette di modificare la posizione nel disegno. Quando l'artista è soddisfatto della sua composizione fissa definitivamente i soggetti per l'orlo dopo averne leggermente ripiegato il bordo. L'artista presta anche gran cura ai bordi esterni della stoffa di fondo che è trattata come se fosse la cornice di un quadro.

 

La possibilità di appendere le stoffe per ammirarle spiega perché siano definite tentures e cioè dipinti. Il nome fon "avo" è usato sia per indicare la stoffa applicata che una stoffa a tinta unita.

 

Le Stoffe applicate nella storia:

1- Al servizio del re

L'uso più frequente della tenture era la trascrizione dei "nomi forti" del monarca e la rappresentazione delle sue imprese belliche.

Il "nome forte", era quello che il re sceglieva al momento della sua ascesa al trono. Il nome evocava uno strano evento naturale, una divinità o un fatto storico; a volte richiamava gli intrighi che il pretendente aveva dovuto sventare per accedere al trono.

Per tradurre artisticamente l'artista utilizzava una serie de segni o pittogrammi la cui combinazione rivelava il nome, qualcosa di simile ai geroglifici egiziani. Houégbadja per esempio può scomporsi in houé (pesce) gbe (rifiuto) aja (nassa). Il nome per intero indica che: il pesce che è fuggito dalla nassa non vi fa ritorno. Esso verrà trascritto da un pesce di fronte ad una nassa. Questo modo di trascrivere fa pensare ad un rebus. Gli altri modi d'interpretazione dei "nomi forti" rinviano a delle allegorie: alcuni re s'identificavano ad esempio con quegli animali selvaggi o meno frequentemente, domestici, la cui forza o saggezza hanno da sempre impressionato l'uomo: il bufalo, il leone, l'elefante, il cavallo, la balena, l'uccello cardinale o il camaleonte per esempio. In questi casi, il pittogramma degli animali era sufficiente.

La stoffa applicata creata per celebrare il re del Danhomè doveva essere completa. Poiché i re del Danhomè erano rinomati guerrieri, essa doveva necessariamente includere, le armi che questi avevano inventato o introdotto nel regno e qualcuna delle battaglie che avevano combattuto, facendo numerose vittime e schiavi. La dimensione di una stoffa di tale natura era proporzionale alla lunghezza del regno.

Oltre alla trascrizione dei "nomi forti" dei re, l'applicazione, privilegio di corte, era usata per confezionare le insegne degli eserciti; permetteva così di distinguere i gradi militari e di identificare i differenti dignitari di corte sui cui abiti erano applicati dei dischi al cui centro vi era il sigillo tipico della loro carica. Ma l'applicazione era anche utilizzata fuori della corte reale, nei luoghi di culto per esempio o nei funerali.

 

2 - Al servizio del popolo: La stoffa applicata era utilizzata dal popolo fon per celebrare l'amicizia. La tradizione voleva che in occasione della morte di un amico, i suoi coetanei ordinassero una tenture a dimostrazione pubblica del merito e delle qualità del defunto. La corrispondenza fra il suono di una parola e la forma è spesso alla base di questi messaggi in codice il cui significato oggi ci sfugge.

 

 3 - Nella storia nazionale:

 

Come tutte le arti, l'applicazione su stoffa ha subito l'influenza degli eventi storici. Creata dai re, concepita da famiglie spalleggiate da un vero e proprio mecenatismo, la scomparsa della monarchia avrebbe dovuto trascinarla a fondo. Ma non è stato così.

 

Per attenuare il ricordo dei re nella memoria collettiva dei Fon, i colonizzatori proposero nuovi temi. Gli artisti si orientarono così verso scene di vita quotidiana, come l'agricoltura e la caccia. Ma il ricordo dei sovrani, la loro impronta nella cultura locale era così forte che i loro pittogrammi sopravvissero, trascritti non più sulle grandi stoffe che raccontavano tutta la storia di ogni regno, ma su delle fasce allungate o rettangolari dove essi si accumulano. Furono chiamati "gan djegui" o " re in gran numero". Si tratta probabilmente di una forma di "resistenza", la stoffa applicata era divenuta più facile a trasportarsi continuando a perpetuare quel messaggio di potenza e di grandezza contenuto e veicolato dai "nomi forti" dei re e dalla loro rappresentazione visuale.

 La stoffa applicata è ancora viva oggi nella parte meridionale della Repubblica del Benin ed in particolare nella regione d'Abomey. I discendenti delle famiglie di artisti di corte del XIX secolo, gli Yèmadjè e loro parenti, ne perpetuano la tradizione. Essi sono anche migrati a Ouidah, città celebre per la tratta degli schiavi, divenuta sin dall'inizio del secolo XX un centro secondario delle arti di corte. A Ouidah si è mantenuta fino agli ultimi anni una tradizione artistica più pura che rispetta i colori tradizionalmente onorati da quest'arte.

Negli atelier di Abomey e altrove, si continuano a ripetere le antiche forme legate ai pittogrammi reali sebbene vi sia allo stesso tempo, una continua innovazione degli stessi temi. La domanda turistica ha spinto verso nuove direzioni: la natura, animali diversi da quelli tipici della monarchia sono parte dei nuovi soggetti delle tenture.

Successivamente al Festival delle Culture Vudù tenutosi a Ouidah nel 1993, i tessuti multicolore o Wax (tessuti cerati) olandesi sono stati integrati in nuove creazioni. La stoffa applicata che in passato utilizzava il volume consacrato alla dimensione piana, si avventura ora nel tridimensionale. Le nuove stoffe "vudù" si caratterizzano per l'aggiunta di braccialetti, di bacchette e catene dal ritratto degli iniziati vudù che rappresentano. Dei nuovi atelier sono stati creati in cui i giovani artisti sono più attenti al colore ma anche al simbolismo vudù su un piano transculturale: i simboli ed i segni del vudù haitiano sono oramai parte di un mondo esplorato anche dagli artisti del Benin. Diversi esperimenti hanno mostrato il potenziale creativo dei differenti stili come nel caso della traduzione di favole di La Fontaine in immagini locali.

Punti di vendita esistono nella maggior parte delle grandi città affinché i turisti possano beneficiare di un servizio efficiente. Alcuni sono delle vere e proprie cooperative dove il lavoro è ripartito fra il maestro artigiano che si serve ormai di cartamodelli per ritagliare le forme, le donne che imbastiscono, apprendisti che finalizzano le cuciture e intermediari che portano il prodotto finito ai clienti nelle città.

 

 

Conclusione

È possibile paragonare la stoffa applicata alla vera scrittura; essa funziona per significanti e significati e spesso si fonda sull'assonanza di suoni e forme per creare una parola. Questa scrittura ci permette di valutare le conoscenze dei fon fra il XVIII e il XIX secolo: conoscevano l'ago e il fuso indispensabili per cucire; ogni artista aveva nelle sue concessioni un altare dedicato a Gu, il dio della forgia e del metallo. La stoffa con applicate ci dimostra che i Fon sapevano filare il cotone e tesserne delle stoffe; sapevano confezionare dei parasoli. Le loro conoscenze botaniche e zoologiche si evincono in parte dalle loro creazioni. Essi sapevano combinare armoniosamente i colori ed erano consapevoli che questi sono una dimensione della luce, considerando che la tecnica della tenture illuminava ed evidenziava una stoffa di fondo scuro. Le numerose stoffe create ci dimostrano che i re del Danhomè ricercavano la bellezza e facevano tutto ciò che era nelle loro possibilità per circondarsene.

 

 

 

Joseph Adandé

Assistente Professore di Storia dell'Arte

Università Nazionale del Benin 

 

 

http://www.epa-prema.net/abomeyIT/pedago_it/tenture.htm