SATERIALE RAFFAELA MARIA SATERIALEDISEGNATORE DI STOFFE |
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IL BLOG
CONTA 30-12-2007
ARGOMENTI
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martedì, 13 maggio 08 16:08
ThayahtThayaht SITO UFFICIALE http://www.thayaht-ram.com
nome di mestiere di Ernesto Michaelles (1893-1959). Pittore e scultore italiano. Ha trasferito nella moda la sua estetica artistica. Scopre la couture quando, nel 1918, incontra a Parigi Madeleine Vionnet, per la quale disegna abiti con ricche combinazioni geometriche e azzardati accostamenti cromatici: sono pellicce, abiti da sera, tenute sportive, costumi da bagno. Quasi contemporaneamente ai costruttivisti sovietici, propone una sorta di tuta a molte tasche come abito quotidiano. La Nazione del 20 luglio 1920 lo documenta: è un abito intero da uomo a forma di T con cintura in vita e 4 tasche. Non si tratta di un abito da lavoro ma di un capo, pratico e moderno, da portare quotidianamente. Nel '29 si avvicina, attraverso Marinetti, al Secondo Futurismo e all'Aeropittura. Nel '32 scrive il Manifesto per la trasformazione dell'abbigliamento maschile con il fratello Ruggero, in arte Ram. Concepisce un guardaroba scarno in cui scompaiano tasche e bottoni per favorire un calo dei costi di produzione. Stimolato dall'Aeropittura, inventa nuovi capi come l'aeroscarpa, comoda e leggerissima. ************************ THAYAHT E RAM La tuta è un indumento che connota diverse categorie professionali e molte fantasie dell’uomo del ’900. Pensateci bene: riuscireste ad immaginare un meccanico senza tuta da lavoro o un astronauta privo di una tecnologica tuta spaziale? E se siete stati bambini tra gli anni ’50 ed i ’70, come pensavate che ci si sarebbe vestiti nel 2000? In tuta naturalmente! Il XX secolo ha così profondamente assimilato l’uso e l’immagine di questo capo d’abbigliamento da dimenticarne la storia, la data di nascita e, soprattutto, il nome del suo estroso creatore. TRATTO DA http://www.francescaantonacci.com/esposizioni/espRam/thayaht.htm
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martedì, 13 maggio 08 15:55
IL MUSEO DEL TESSUTO PRATO Il Museo
Il Museo del Tessuto occupa gli ambienti restaurati dell'ex cimatoria Campolmi, gioiello di archeologia industriale del XIX secolo situato all'interno della cerchia muraria medievale della città. Il Museo rappresenta la memoria storica e l'interfaccia attuale del distretto pratese, un'area impegnata nella produzione tessile da oltre 800 anni, che oggi conta 40.000 addetti e circa 8000 aziende ed esporta in tutto il mondo filati, tessuti e macchinari altamente innovativi. Museo del Tessuto di Prato Orario di apertura:
Le collezioniLe collezioniIl patrimonio del Museo del Tessuto è costituito da una collezione molto eterogenea di reperti di assoluto rilievo internazionale. L’arte del tessuto è documentata dall’era paleocristiana fino ai nostri giorni nelle più varie tecniche di esecuzione, per un totale di circa 6000 reperti. In questi primi trenta anni di attività, le collezioni del Museo si sono costituite attraverso un flusso incessante di donazioni da parte di associazioni, come l’Associazione Ex Allievi Istituto Tecnico Industriale Tullio Buzzi e l’Associazione Amici del Museo del Tessuto, e di enti privati e pubblici, come il Comune di Prato, la Cariprato, l’Unione Industriale Pratese, nonché di molti privati cittadini. Questi i nuclei tematici principali:
mercoledì, 09 gennaio 08 16:43
STORIA DEL TESSUTO
Unità 1. Il Seicento e il Settecento Tra la fine del Cinquecento e il 1630 circa la produzione tessile si caratterizza per un disegno a piccolo rapporto impiegato soprattutto nei tessuti per l’abbigliamento; da una prima impostazione grafica che trarrà origine dalla vegetazione (fiori, foglie d’acanto, frutti, fiore di loto, ecc.), si passerà ad un nuovo tipo di disegno detto “a mazze” che si differenzierà articolando l’elemento in svariate configurazioni (1). Sviluppato sul velluto, spesso su fondi di telettad’oro o d’argento, si diffonderà soprattutto nel damasco, tipologia molto in uso per tutto il XVII secolo, e nel lampasso.Sempre in questi anni si sviluppa la tendenza a comporre gli elementi decorativi in verticale, introducendo un vaso centrale dal quale si dipartono ricche infiorescenze di gusto barocco, secondo lo schema della grottesca. Firenze, Genova e Venezia, i maggiori centri di produzione, saranno allineate sulla lavorazione degli stessi modelli (2). Dal 1630 circa nei disegni dei tessuti occorre la tendenza ad introdurre elementi sempre più naturalistici; garofani, tulipani, peonie, iris ecc., saranno composti entro rigide decorazioni, mistilinee e geometrizzate, ancora di gusto cinquecentesco. l disegni dei paliotti marmorei d’altare saranno largamente utilizzati, soprattutto in area meridionale, dove la produzione tessile era attestata su tessuti lisci, rasi, taffetas, gros; il naturalismo floreale ricco di colori, sarà imitato attraverso il ricamo con verosimiglianza simile alla pittura. Dalla seconda metà del Seicento a Lione, in Francia, in seguito alla ristrutturazione industriale, si sviluppa un’imponente produzione di tessuti con caratteristiche tecniche e stilistiche fortemente innovative in grado di determinare una svolta commerciale che coinvolse l’Europa intera[1]. I tessuti francesi dettavano le mode; i maggiori centri tessili italiani persero il predominio e non poterono che imitarli. E’ in questi anni che si diffonde il disegno “a pizzo” o “a merletto”, nome derivato dall’introduzione di elementi decorativi ad imitazione del disegno dei merletti che inquadrano una ricca elaborazione di foglie (3). Pur sfruttando i rapporti di disegno di derivazione cinquecentesca, questi tessuti dispiegano, in colore e in segni, elementi naturalistici in una ricca architettura d’invenzione. L’effetto era raggiunto attraverso il lampasso, dal fondo gros o raso, e dal damasco con più trame lanciate o broccate. La fine del Seicentoè per l’Europa un momento di confronto con i mercati orientali; la copiosa importazione di tessuti anche stampati, molto richiesti per la novità che rappresentavano, concorrono alla diversificazione delle armature e dei disegni. Inizia così anche il processo di produzione detto dei “cambiamenti stagionali della moda” capace di rinnovare la tecnica e i modelli anno per anno. Si diffonde la “cineseria” o propriamente la decorazione, diffusa in ogni genere artistico, ispirata indiscriminatamente alle vaste aree geografiche orientali e medio-orientali. L’Europa intera è travolta dalla frenesia orientalizzante. Ancora una volta è la Francia a dettare le regole del gusto attraverso il grande decoratore Jean Berain (1637-1711) che ideò vasti repertori di disegni diffusi in Europa attraverso veri e propri manuali. La caratteristica era costituita da ampi arabeschi, piccole scimmie su mensole, composti su uno schema che utilizzò ancora una volta la grottesca cinquecentesca. Un’interpretazione Occidentale dell’Oriente fu offerta e utilizzata, in tutte le arti decorative, da Jean-Baptiste Pillement (1728-1808), François Boucher (1703-1770) e da Antoine Watteau (1684-1721) (5). Sempre in questi anni, per la concorrenza esercitata dall’importazione delle merci orientali, si diffonde in Europa il tessuto stampato; il maggior centro di produzione in Francia fu Jouy-en-Josas. Nei primi anni del Settecento sarà introdotto il disegno “bizarre” caratterizzato essenzialmente da disegni di fantasia, frequentemente costituito da forme geometriche irregolari senza riferimenti alla natura, quindi bizzarri (6). Probabilmente si produssero in molte nazioni Europee sebbene i più antichi disegni ritrovati si datano tra il 1706 e il 1722 e sono del francese Daniel Marot (1663-1752) e dell’inglese James Leman (morto nel 1745). Interessante variante tecnica di questo tessuto è il ganzo, prodotto a Venezia tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento. La comparsa quasi simultanea dei disegni “a merletto” e “bizarre” fece nascere ricche combinazioni; frequentemente si ritrovano nella prima, schemi asimmetrici, come nella seconda i motivi dei pizzi. Il rapporto del disegno assume nuovamente grandi dimensioni e raggiunge i 90/100 centimetri. N’oublier jamais Lyon, que c’est à tes dessinateur, que tu dois en gran partie la prosperité de tes manufacture!… scrisse l’abate Bertolon nel 1787. L’invenzione frequente di nuovi motivi ornamentali capaci di decretare la fortuna commerciale dei tessuti francesi si deve alla nascita di una nuova figura professionale: il disegnatore dei tessuti. In antico i maestri tessitori erano essi stessi artefici delle molteplici creazioni grafiche e raramente erano impiegati, ed esclusivamente su committenza privilegiata, pittori di fama. I disegnatori di tessuti, dalla complessa formazione, composta di una pratica tecnica sull’uso delle armature e una notevole competenza artistica furono l’anello di una complessa catena di circostanze che determinarono il favore dei mercati per prodotti francesi. Un incentivo provenne dalle commissioni reali, bloccate per circostanze storiche nel 1715, e riprese alla fine del regno di Luigi XV. Nel 1730 la reggia di Versailles si arricchirà di due broccati commissionati a Lione; la bellezza risiede prevalentemente nella perfezione tecnica più che nel disegno, ispirato ai grandi rapporti dei tessuti del Rinascimento (7). Fu questo l’inizio di numerose altre commissioni per le dimore reali capaci di imprimere un’accelerazione nelle innovazioni tecniche e gestionali alla Grande Fabrique e nel continuo rinnovamento delle decorazioni. Attraverso l’introduzione di piccoli elementi floreali nei disegni “a pizzo” e “bizarre” si riconquistò ancora una volta la decorazione floreale. I pittori impiegati per i disegni dei tessuti a Lione, oltre che attingere ai numerosi repertori incisi, lavorarono in stretto contatto con i disegnatori delle Manifatture Reali parigine dei Gobelins, della Savonnerie e successivamente della manifattura di porcellana di Sèvres; questa forma di apprendistato consentì di raggiungere un livello di aggiornamento e una vivacità espressiva capace di determinare una radicale svolta nel gusto[2]. Il naturalismo fortemente accentuato, ricco di molteplici sfumature fu realizzato attraverso una nuova tecnica il “point rentré” o berclé; le graduali variazioni tonali accentuarono il valore plastico dei tessuti, consentendo di confrontarsi con la pittura in sostituzione dei preziosi ricami specie italiani. L’invenzione è attribuita a Jean Revel (1684-1751) nativo di Lione, pittore di formazione, che trasferì un ricco patrimonio di forme e colori nel tessuto. Ai fiori e alle foglie si accompagnarono frutti, piccoli animali e frammenti d’architetture rococò. Fontanelle con acque, pagodine, esili esedre ricoperte di foglie rampicanti s’intrecceranno a più grandi tralci d’arbusti con fiori e foglie in composizioni spesso sovraccariche allusive agli svaghi amorosi (8). Dalla semplificazione di queste ricche e complesse decorazioni si giunse lentamente alla decorazione che caratterizzerà il tessuto degli anni a cavallo del 1750. Già i disegni bizarre avevano introdotto l’andamento sinuoso sviluppato in verticale, tralci, rami ecc., o semplicemente la disposizione dei disegni seguiva questo schema. La semplificazione di questi costituì la tipizzazione nota con il nome di “meandro” (9-10). L’andamento sinusoidale in verticale si articolerà prendendo a modello numerosi elementi: il tronco d’albero, i bordi a merletto lobati, i boa di pelliccia, le trine a fuselli, i nastri, le ghirlande di fiori o più d’uno di questi intrecciati fra loro. Il fondo di questi tessuti privilegerà le armature di base: i gros, i rasi, i taffetas, i cannellati con effetti di disegno realizzati attraverso più trame lanciate e broccate. Spesso per aumentare l'effetto del colore del fondo, i taffetas saranno cangianti e i gros, marezzati. Una funzione determinante nell’ambito del disegno del tessuto, particolarmente per l’arredamento, l’ebbe Philippe de Lasalle (1728-1808), mercante-produttore, tessitore, meccanico dei telai, e inventore fu considerato, intorno al 1760, il miglior disegnatore di Lione. Il maggior contributo apportato, oltre che il perfezionamento tecnico dei telai per broccato, fu quello di interpretare le innovazioni dell’arredamento che ebbero, in questi anni, a concepire la decorazione come un complesso unitario di forme replicato nei vari materiali; legni, tessuti, porcellane, vetri e metalli entrano in rapporto attraverso l’impiego degli stessi segni. Coniugando il naturalismo alla Revel, la struttura a meandro impaginati in verticale, Lasalle pervenne a un disegno di grande rapporto da impiegare sulle pareti come pannelli, introducendo il concetto dei tessuti “a modello” completati da bordure coordinate. Il perfezionamento tecnico apportato ai telai dei broccati gli consentì una perfetta imitazione d’ogni elemento naturalistico: drappi di tessuto, cordoni e fiocchi, piume di pavone, perle combinate in trofei e mazzi, conchiglie e animali, ben si adattavano al trionfalismo aristocratico. Tra i più famosi elementi decorativi adottati si possono ricordare i trofei di cesti in vimini, contenenti fasci di fiori, legati in verticale attraverso nastri, ad altalene circolari di rami fioriti, sulle quali si dondolano colombe, elaborato per il palazzo di Caterina II di Russia (11) Questi elementi si composero in svariati moduli in molti tessuti conservati al Museo di Lione; uno di questi viene proprio titolato “au Panier fleuri”. Se il nome di Philippe de Lasalle si lega alle trasformazioni tecniche e grafiche di metà Settecento molti cambiamenti si maturarono nei laboratori di tessitura che accolsero le trasformazioni in atto. Quello di Camille Pernon (1753-1808) è sicuramente tra i più noti; la produzione delle tappezzerie per gli appartamenti privati di Luigi XVI e Maria Antonietta a Versailles e Compiègne uscirono dalla sua bottega. I tessuti per la stanza da letto di Maria Antonietta sembrano già aprire verso il gusto neoclassico per l’accurata impaginazione, l’utilizzo dei pampini e le uve in ordinate ghirlande, pur non trascurando inflessioni naturalistiche tratte dalle tavole scientifiche (12). Lo sviluppo della lavorazione della seta in Francia fornì un forte stimolo alle manifatture europee; i centri più antichi fecero grandi sforzi per incrementare la propria produzione e per migliorarla; in Italia le regioni settentrionali e le città di Genova e Venezia rimasero i centri più attivi. In particolare i genovesi consolidarono la propria esperienza nella produzione dei velluti mettendo a punto un tipo conosciuto come velours jardinières (velluto giardino), con disegni a più colori, richiesto anche in Francia. Già dalla fine del Seicento anche in Inghilterra si provvide alla riorganizzazione delle manifatture tessili per la produzione dei tessuti in seta, Spitalfield, nell’Est End, ne fu il centro. Gli anni di maggiore produzione corrispose alla diffusione dei tessuti “a meandro” e “bizarre”. A fine Settecento per favorire il commercio della seta a costi contenuti, si cominciarono a produrre tessuti i cui disegni piuttosto che essere descritti dalle trame, venivano realizzati da uno o più orditi supplementari. Un’interessante applicazione di questa tecnica sono i pékin, tessuti a righe verticali entro le quali si alternano piccoli disegni ottenuti dal pelo strisciante, o dall’alternanza di più di un’armatura di base. Più genericamente in questi anni si diffondono i “piccoli operati” che, oltre agli orditi supplementari, utilizzarono effetti di trama attraverso le slegature (liserés) (13). In questi anni, e sempre a Lione, fu introdotto un nuovo tipo di tessuti detti chiné che all’apparenza imitava la stampa ma, viceversa, il disegno veniva eseguito con due differenti tecniche di tintura praticate sull’orditoL’incalzare e l’affermarsi dei prodotti francesi, la protezione accordata dalla corona alle fabbriche lionesi garantita nonostante le traversie politiche, il rinnovamento tecnico, favorirono ancora una volta l’aggiornamento degli altri paesi europei. Un caso interessante è sicuramente rappresentato dal Regno di Napoli che nel 1789, sulla spinta delle iniziative promosse da Carlo di Borbone già dal 1739, promosse a San Leucio, vicino Caserta, un’illuminata iniziativa di fabbrica della seta, dove tutte le operazioni relative al ciclo di produzione erano centralizzate, dalla trattura alla bachicoltura. La fabbrica, unica in Italia e nel Regno, dispose e provvide ad introdurre ogni aggiornamento tecnologico, e funzionò da esperimento pilota per le piccole e più grandi strutture manifatturiere che fiorirono successivamente. Unità 2. L’Ottocento e il Novecento L’età neoclassica e l’Impero sulla linea sviluppata dalla produzione lionese, ma adattandosi ai difficili anni della Rivoluzione, riproposero il sistema modulare riducendo il rapporto del disegno pur conservando l’allineamento verticale. I motivi dominanti furono quelli elaborati sui disegni rilevati dalle antichità rinvenute ad Ercolano e Pompei diffuse attraverso le incisioni. Palmette, colombe, candelabri, piccole scene mitologiche e con l’incalzare dell’Impero, raggruppamenti fogliacei simbolici come, le foglie di quercia e dell’ulivo, le spighe e i pampini fornirono una precisa grammatica per l’articolazione dei pannelli a modello per l’intera tappezzeria degli ambienti (16-17). Il predominio indiscusso della Francia non si spense, piuttosto andò rafforzandosi in età napoleonica tanto da divenire un riferimento anche a Restaurazione avvenuta (18). Gli altri paesi europei non poterono che allinearsi. La fine del Seicento e tutto il Settecento é caratterizzato da continui miglioramenti tecnici apportati ai macchinari della seta, i mangani, i filatoi e i telai innovati a più riprese condussero alla produzione di tessuti perfetti nel disegno e caratterizzati da filati brillanti e ben ritorti in grado di accentuare le caratteristiche di lucentezza del materiale; fu moltiplicato l’impiego di nuove armature e fu impiegato ogni espediente in grado di riprodurre le invenzione nel disegno. Un passaggio determinante e risolutivo per la meccanizzazione del telaio fu l’invenzione del telaio meccanico a schede perforate di Joseph Marie Jacquard, che alleviò i tessitori dal faticoso lavoro della selezione dei fili dell'ordito attraverso le corde del telaio a tira. La nuova macchina fu presentata nel 1801 all'Esposition des Produit de l'Industrie National di Parigi. L'applicazione non fu però immediata. Come spesso accadde lungo il percorso della storia delle tecnologie i piccoli passi verso il miglioramento delle condizioni del lavoro manuale, la velocizzazione ad essa legata e la sostituzione di più operatori con uno solo, non furono accolte con immediato entusiasmo. Dal 1801 al 1811 Jacquard, sostenuto dal governo francese, mise a punto la meccanica da lui ideata nota come macchina Jacquard; solo nel 1818 ebbe largo impiego. Da quel momento il sistema fu acquisito in tutt’Europa dai tessitori e perfezionato dai tecnici. Alla meccanizzazione rapida corrispose un’inversione di tendenza nel gusto assai significativa che portò, anche se brevemente, a rivedere l’indirizzo stilistico dei tessuti. Nei primi anni dell’Ottocento l’abbigliamento femminile andò semplificando il taglio sartoriale, accordando peraltro, la preferenza ai tessuti leggeri e uniti, alle righe e i quadrigliati. L’abito maschile perse ogni elemento decorativo, assumendo dalla moda inglese il taglio sartoriale e i colori e preferendo i filati di lana e altre fibre naturali. Gli unici capi a disegno e in seta furono il panciotto e, dopo la metà del secolo, solo la cravatta ravviverà i colori dell’abbigliamento. Un’altra inversione di tendenza da segnalare è la mancata accoglienza, da parte della chiesa, dei tessuti Impero. Per la prima volta venne a crearsi una dicotomia tra i tessuti profani e quelli liturgici; per i paramenti sacri si continuò a produrre secondo la tradizione dei secoli precedenti e fu incrementata la decorazione attraverso il ricamo. La semplificazione dei disegni si rese assai evidente, soprattutto nella produzione dei tessuti per l’arredamento e dell’abbigliamento, dopo gli anni venti dell’Ottocento. Il periodo Biedermaier, che ebbe come centro l’Austria e la Germania, accordò la preferenza ai tessuti rigati e alle decorazioni floreali a piccoli mazzetti. Con l’avvicinarsi della metà del secolo e l’esaurirsi dell’ultima stagione dell’Impero, l’incalzare del progresso tecnico spinse verso la revisione di ogni esperienza del passato. Ogni stile storico fu ristudiato e riproposto; i revival ottocenteschi spaziarono tra il neogotico, il neobarocco e il rococò, frequentemente in una riproposizione di segni congiunti che ebbero come carattere distintivo la perfetta esecuzione (19). Dopo il 1851, anno della Great Exhibition di Londra, la fondazione dei Musei di arte decorativa (South Kensington oggi Victoria and Albert di Londra, Museo Austriaco di Vienna) lo studio del disegno del tessuto divenne sistematico e diede vita al design del tessile che ebbe scuole e maestri di prestigio. Le grandi esposizioni universali contribuirono alla diffusione delle idee e alla europeizzazione del gusto; un fondamentale contributo fu dato dalla nascita di un gran numero di riviste specializzate in arti decorative. Si aprirono i dibattiti sulla necessità della sopravvivenza dell’artigianato, come si affermano i sostenitori della meccanizzazione. Da una parte si schiera William Morris (1834-1896), dall’altra Christopher Dresser, entrambi studiosi del disegno antico, imprimeranno una svolta fondamentale, ed in linea con i tempi, ai tessili. Si afferma l’industria e, nonostante la nascita della fondamentale figura del designer, i tessuti saranno diffusi e commercializzati attraverso il nome dell’azienda. La Morris & Co. e la Liberty & Co. di Londra (21), la Backhausen & Sohne di Vienna (Tav. 22), immisero sul mercato migliaia di metri di tessuto che seguivano le sperimentazioni delle avanguardie.
![]() [1] Fra il 1605 e il 1607 un maestro tessitore di origine milanese, Claude Dangon cominciò a produrre velluti ad otto colori di complessa manifattura; occorrevano quattro telai. Dangon fu però in grado di definire e consolidare la sua invenzione, attraverso la messa a punto di un telaio a trazione che rese più spedita la produzione di tessuti complessi. [2] In questi anni fu data una tale importanza alla formazione dei disegnatori che nel 1751 si cominciò a progettare a Lione una scuola realizzata solo nel 1756 con il nome di École royale gratuite de dessins pour le progrès des arts et celui des manufactures de la Ville de Lyon. Più tardi dopo il 1798 si organizzò una Classe de la fleur legata alla École Centrale di Palais Saint-Pierre e una Classe Théorique et Pratiquepour la fabrication des étoffes de soie. Raggruppate poi nel 1807 di École spécial de dessin, base per la fondazione dell’Ecole des Beaux-Arts. TRATTO DA http://www.economia.unical.it/storia_economica/semin_doc/modulo6.htm mercoledì, 09 gennaio 08 16:39
mercoledì, 09 gennaio 08 16:32
DISEGNI PER STOFFA
DISEGNI PER STOFFA IN BIANCO E NERO 2008 NUOVA COLLEZIONE 2008 STOLE DI SETA
mercoledì, 09 gennaio 08 15:38
venerdì, 04 gennaio 08 10:21
I Tessuti degli Abiti Giapponesi
![]() I Tessuti degli Abiti GiapponesiI tessuti utilizzati per i kimono si distinguono tra somemono (tinto o dipinto), più elegante, e orimono (con motivo tessuto) meno elegante. Tra i primi i più usati sono: seta rinzu, seta chirimen, seta habutae, seta ro o sha, seta tsumugi, mentre i secondi includono lana, canapa, lino e cotone. Materiali che non siano seta sono per solo uso informale. Sete con finitura lucida come la rinzu sono più formali di quelle non lucide.La seta (kinu) è la più nobile delle fibre naturali. Costosa per il tipo di produzione e pregiata per le sue caratteristiche di lucentezza, elasticità, leggerezza e freschezza, nonostante la sua finezza, è un tessuto molto resistente con una buona protezione termica. Importata dalla Cina agli albori della civiltà nipponica, la seta giapponese ha conosciuto secoli di evoluzione fino a diventare la più pregiata e costosa al mondo. È il tipo di tessitura a determinare le diverse tipologie di tessuto. La seta senza particolare lavorazione si chiama hiraginu o kiginu. Habutae (taffettà): seta morbida, lucida e spessa. Taffettà: termine generico indicante tessuti in armatura tela, tele di seta o cotone. Chirimen (crèpe cady): seta con una superficie ondulata, quasi leggermente crespata,ottenuta con una tecnica di tessitura che prevede la torsione dei fili mentre si tesse. E’ una seta robusta ed elegante, viene utilizzata per kimono non troppo formali. Crèpe è il nome generico dei tessuti di vario tipo, peso e origine, dal caratteristico aspetto granuloso, increspato, ondulato e comunque mosso; che può essere ottenuto per effetto dei filati omonimi, che grazie alla torsione forzata molto alta creano queste increspature. Ne esistono numerosissime varianti: crèpe-de-chine più compatto e pesante, ben drappeggiabile, ottenuto con l’impiego di trame a torsione alternata, spesso stampato; crèpe georgette leggero, trasparente, arioso, a grana finissima, leggermente ondulato, solitamente unito; crèpe satin morbida, rasata, lucido, crèpe marocain il più pesante di tutti, con filato di trama più grosso dell’ordito che crea un effetto di costine ondulate. Cady: tessuto pettinato, di cotone, lana o altre fibre, usato per abbigliamento; elegante. Rinzu (jacquard): seta lucida damascata, considerata il tipo più elegante e formale di tessuto. Su questa seta si utilizzano tecnica di tintura come: shibori, yuzen e altre. Monrinzu > rinzu con pattern Jacquard: si chiamano cosi tutti i tessuti (e maglieria) realizzati su telai su cui è applicato uno speciale meccanismo mediante il quale si ottengano intrecci e disegni anche molto complessi, come ricamati a mano.
tessuto jacquard di origine orientale (broccato di Damasco) originariamente fatto a mano, molto pregiato, con armatura e tessitura più stretta e rigida rispetto al broccato. In genere è realizzato in un unico colore con filati brillanti che creano disegni a rilievo chiaro-scuri.
Donsu: variante in seta spessa del satin. Il disegno è realizzato usando direzioni diverse nella tessitura e colori contrastanti nell’ordito. Si differenzia dal rinzu perché i fili sono già tinti. Questa seta è usata principalmente negli obi (cintura per il kimono). Monshusu > satin con pattern.
Satin: o raso, cioè tessuto pettinato che ha subito una cimatura a fondo che elimina qualsiasi peluria; satin indica anche un tessuto di cotone lucido, usato per foderami, grembiuli.
Omeshi: tessuto ottenuto con fili di seta preventivamente tinti e quindi tessuti a macchina ottenendo eleganti ed elaborati motivi. In un certo senso si tratta della modernizzazione e automatizzazione del metodo kasuri, che veniva eseguito a mano e richiedeva grande abilità e pazienza per ottenere un buon risultato, comunque piuttosto semplice e geometrico dati i mezzi. I kimono omeshi sono i più formali tra i kimono ottenuti con fili pre tinti e poi tessuti (orimono). Ce ne sono due tipi: l’omeshi hiraori e l’omeshi chirimen.
Tsumugi: seta tessuta utilizzando gli avanzi, filati a mano dalle donne, dei bozzoli di seta rovinati. Lo tsumugi ha una superficie irregolare, "ruvida" d'aspetto, che somiglia allo shantung*. Non è considerata una stoffa "elegante", e per questo i kimono tsumugi vengono indossati in occasioni informali, non ci sono regole precise. shantung*. Non è considerata una stoffa "elegante", e per questo i kimono tsumugi vengono indossati in occasioni informali, non ci sono regole precise. *Shantung: Lavorazione della seta (shimebata e kasuri): Processo Shimebata: i fili di cotone legano quelli di seta creando dei disegni su ciascuno di questi; i fili sono legati insieme e intrecciati con un telaio rudimentale. Tintura: i fili vengono quindi immersi in un liquido rosso, colorato facendo bollire la corteccia rossa dell’albero di teichigi; successivamente vengono immersi nel fango e di nuovo nel liquido rosso fino ad assumere una colorazione nera. Tessitura: i fili così colorati vengono infine intrecciati su un telaio molto più raffinato a formare il famoso disegno kasuri. Alcuni vocaboli di interesse:Doroai-oshima: seta luminosa di colore nero. Doroai-oshima: tessuto con fili color indaco, base del tessuto nera, disegni color indaco. Iro-oshima: i colori sono creati attraverso prodotti chimici. Ai-oshima: tessuto colorato con la pianta dell’indaco, raro. Kusakizome-oshima: tessuto tinto con coloti ricavati da piante diverse. Otokomono: per uomo, a tinta unita con un disegno piccolo. Yomi: densità dell’ordito; 1 yomi = 80 fili. Maruki: gruppo di 80 fili Tatekasuri.
Sha: tessuto di seta leggero e sottile per indumenti estivi in cui si utilizzano fili di colore diverso come rosso (usato per il disegno) e nero (usato per lo sfondo).
TRATTO DA www.casazen.com/.../tessuti_giappone.htm
domenica, 30 dicembre 07 14:49
MARCO POLO E LA VIA DELLA SETAMARCO POLO E LA VIA DELLA SETA
Il viaggio di Marco Polo attraverso l’Asia centrale, la Cina e il sud-est asiatico rappresenta l’esperienza centrale della sua vita. Marco Polo nasce a Venezia nel 1254, da Niccolò Polo, il quale, nel 1261, parte con il fratello Matteo per portare un carico di pietre preziose nei territori attorno al basso corso del Volga. Partono da Soldaia (l’odierna Sudak), si fermano a Sarai (oggi Astrakan), in seguito a Bolgara (capitale dei Bulgari del Volga), a Bucara ( capitale del regno di Ciagatai sotto il Kan Buraq) e giungono infine a Ciandu (Shang-tu) dove fanno la conoscenza di Kublai, quinto Gran Kan dei Mongoli (dopo Cinghiscan, o Gengiscan, capostipite della dinastia). Nel 1269, i fratelli tornano a Venezia dal quindicenne Marco. Due anni dopo, il giovane Polo partirà con il padre e lo zio verso l’Asia centrale. Arrivati a Chemenfu ( vale a dire Ciandu, residenza estiva di Kublai), dopo la consegna da parte di Niccolò e Matteo di alcune lettere del papa Gregorio X, il padre di Marco dichiara che il giovane è suo figlio e servitore del Gran Signore. Marco dimostra di essere un ragazzo valente e intelligente: si appropria con facilità “dei costumi tartari, della lingua e della scrittura di quelle regioni”, durante i viaggi compiuti per lo svolgimento dei compiti che gli sono affidati osserva, raccoglie informazioni per soddisfare la propria curiositas e l’ansia di conoscere, ma anche perché ha capito che lo stesso Gran Kan è più interessato alle “notizie sugli usi e costumi di quei paesi che delle ambascerie mandate così lontano”.
“Dopo essere rimasti alla corte del Gran Kan per tutto il tempo che avete udito, Nicolò, Matteo e Marco Polo decisero di ritornare al loro paese. Più volte domandarono il permesso al Gran Kan con persuasive parole; ma egli li amava tanto, ed era così lieto di averli presso di sé, che per nulla al mondo li avrebbe lasciati partire”. Dopo essere riusciti a convincere il Gran Kan, nel 1295, i Polo tornano in patria, avendo svolto la loro ultima missione: accompagnare la principessa Cocacin, figlia di Kublai, nel paese di Argon, Ilkan di Persia. Bolgana, la moglie di questi, anch’essa parente del Gran Kan, era morta ed il re, dovendosi risposare, aveva pregato il gran Kan di mandargli una dama della stessa stirpe della regina. I fratelli Polo e Marco accompagnarono dunque la principessa Cocacin da Giava alla Persia in un viaggio di diciotto mesi. Arrivati in Persia trovarono il re Argon morto. La giovane dama andò in sposa a Chiacatu, figlio di Argon.
A Venezia, Marco Polo rimase coinvolto in uno scontro con navi mercantili genovesi o, secondo altre fonti, nella battaglia di Curzola: fu fatto prigioniero dai genovesi e, in carcere, nel 1298, conobbe Rustichello da Pisa, al quale dettò il racconto del suo viaggio, originariamente intitolato Divisament dou monde, la descrizione del mondo. Rustichello era un cantastorie di favole medievali, ed era dunque abituato ad arricchire la narrazione introducendo particolari fantastici come mostri, avvenimenti miracolosi o leggendari e descrizioni di cruente battaglie. Può darsi che parte dell’immaginario mondo dello scrittore Rustico sia entrato nella “descrizione del mondo” di messer Marco, ma ciò che il Veneziano ha visto deve essergli sembrato più grande e strabiliante di qualunque altra cosa al mondo, e tale devono averla immaginata i contemporanei che hanno potuto, grazie al Milione, far viaggiare la fantasia attraverso contrade in cui, secondo messer Marco, pascola l’unicorno. Ancora, può essere che il giovane viaggiatore abbia frainteso qualcosa, o che, non avendo capito, si sia dato spiegazioni che vanno aldilà del reale, ma viveva d’altronde in un’epoca che condannava le streghe e credeva a chissà quante altre a cose cui noi, attraverso gli occhi delle scoperte scientifiche e del razionalismo, abbiamo smesso di credere.
Marco Polo rimane comunque un uomo dotato di una straordinaria memoria che gli ha permesso di ricordare e di raccogliere in un libro, il Milione, le merveilles, meraviglie, del mondo, il riassunto di un viaggio durato ventisei anni. Fra l’altro il nome che oggi usiamo è posteriore alla stesura: risale al periodo in cui Marco ricominciò a lavorare al suo libro e, fra le varie aggiunte e cambiamenti, cambiò anche il nome. Il “Milione” deriva dal secondo nome del ramo dei Polo, Emilione.
Marco viene liberato nel 1299 e fa ritorno a Venezia dove, nello stesso anno, sposa Donata Badoèr dalla quale ha tre figlie, Fantina, Bellella e Moreta. Muore nel 1324, a settant’anni. Fra i suoi beni, oltre a proprietà, stoffe e oggetti orientali, vengono ritrovate le piastre d’oro che il Gran Kan consegnava a quelli che viaggiavano per lui, affinché fosse loro consegnato tutto il necessario per il viaggio attraverso le sue infinite terre.
“Ora che vi ho narrato il prologo è venuto il momento di passare al libro vero e proprio. E qui lo comincio.” CONTINUA SU http://www.liceoberchet.it/ricerche/4o_04/marcopoloelaviadellaseta.htm domenica, 30 dicembre 07 14:34
LA VIA DELLA SETALA VIA DELLA SETA È una strada lunga e tortuosa, che attraversa secoli e continenti. Nasce in Cina, percorre tutta l’Asia e finalmente arriva in Europa, con Italia e Francia come i due snodi principali. Breve storia di un tessuto aristocratico, magnifico, leggero e resistente. ![]() La via della seta la conoscono tutti…di nome; di fatto sono pochissimi coloro che possono vantarsi di averla percorsa tutta, da un capo all’altro, anche perché, se il punto di partenza, come la sorgente di un fiume, è noto, il suo corso è assai ingarbugliato. La strada prende mille vie diverse, che vanno in differenti direzioni e che a volte si incontrano e si incrociano, a volte sembrano sparire, inghiottite in un tunnel senza sbocco, e poi improvvisamente ricompaiono poco lontano. In alcuni casi, si distendono imponenti come autostrade, in altri diventano sentieri preziosi. Una cosa comunque è certa: è una via lunghissima, che attraversa secoli e continenti e che avvolge tutta la Terra, con il suo filo lucente, raffinato e resistente, e come la tela filata da un gigantesco magico ragno. La seta che tutti conosciamo (nell’arredamento della casa, nell’abbigliamento, nell’industria, insomma in tutti i campi) nasce come filo secreto da un baco. Di bachi non ce n’è uno solo: il baco da seta più conosciuto e diffuso è il bombice, larva di Bombyx mori, un lepidottero originario della Cina, che fu introdotto in Occidente nell’Alto Medioevo, verso la fine del VI secolo. L’arte della seta (la sua lavorazione spesso raggiunge le vette di una vera e propria arte) nasce in Oriente, in tempi remoti, lentamente attraversa l’Asia, si ferma sulle rive del Mediterraneo e finalmente arriva in Europa, più precisamente nell’Italia meridionale. I primi centri europei dove si lavora la seta, tra la fine del IX e i primi anni del X secolo, sono italiani, per l’esattezza Catanzaro e Palermo. La spiegazione è abbastanza intuitiva: Catanzaro era sotto il dominio dei bizantini, mentre Palermo era araba e, quindi, tutte e due strettamente legate a culture orientali allora molto forti. La lavorazione della seta si consolida a tal punto che, nella prima metà del XII secolo, il re normanno Ruggero II organizza una vera e propria industria serica collegata a quella del ricamo. Nel frattempo l’industria tessile in generale si era fortemente sviluppata in Italia e quella della seta aveva rapidamente risalito la penisola: Lucca aveva conquistato un primato assoluto. Alla fine del XII secolo, tra le mura della città, viene creato un nuovo tipo di tessuto, il Diasprum, noto anche come “seta diasperata”, caratterizzato da un fondo in tinta unita, realizzato a punto raso, mentre il disegno, opaco, è fatto a punto tela e contrasta con la lucentezza del fondo. I temi iconografici tipici di quel periodo sono legati all’araldica, quindi animali come il leone, l’aquila e il pavone. La fortuna della seta italiana cresce rapidamente. A Firenze, dove la tessitura era un’attività fiorente già da un paio di secoli, l’arte della seta arriva nel XIII secolo, con gli esuli lucchesi. Nel secolo successivo i prodotti fiorentini sono già famosi in tutta Europa. Quasi contemporaneamente l’industria si sviluppa a Genova e a Milano e, poco dopo, anche a Venezia, dove sorge una nuova tipologia di tessuti: il velluto di seta, sul quale i veneziani raffiguravano ancora animali come i pavoni, ma anche fiori di loto e melograni d’oro, sul fondo rosso. Siamo ormai in pieno ‘400 e l’arte della seta è all’apogeo. In Europa stavano iniziando a nascere e ad affermarsi i grandi stati nazionali e a farne le spese erano i piccoli staterelli, come quelli in cui era divisa l’Italia. La mancanza di una struttura politica, unitaria e solida, determina un declino nella lavorazione e nell’arte serica italiana. Si salvarono, parzialmente, solo le “scuole” di Venezia e Firenze, che resistettero, per qualità e quantità di tessuti prodotti ed esportati, all’offensiva serica, lanciata nel XVI secolo, da Francia, Spagna e Inghilterra. Nel secolo successivo, nel ‘600 del re Sole, è la seta di Francia a dettar legge, in particolare con le manifatture di Lione. Il dominio francese continua schiacciante fino al XIX secolo, protetto da severe leggi statali, che, ad esempio, vietavano l’esportazione di campioni, per evitare che potessero essere copiate le tecniche di lavorazione. Joseph - Marie Jacquard, tanto per citare un nome famoso, diventato sinonimo di uno speciale tipo di lavorazione, aveva inventato il telaio automatico a schede perforate. Ma la Francia, raggiunta la massima espressione in questo campo, non può continuare a difendere la propria industria serica, con leggi protezionistiche: le comunicazioni sono diventate più facili e le nuove tecnologie, con la macchina che in larga parte sostituisce l’uomo, si diffondono in tutta Europa. È il momento della fioritura della seta anche nel resto d’Europa. In Italia, come altrove, l’arte della seta non era scomparsa, ma si era rifugiata in nicchie piccole e vitali, che nel Novecento avrebbero preso strade completamente diverse, tutte di successo. Due esempi, tra i più interessanti, sono Como e Venezia. L’industria serica comasca, nel ‘700, è apprezzata, non solo in Italia. Con straordinaria continuità, si sviluppa fino a diventare uno dei poli industriali del settore più importanti e innovativi del mondo. Molte mostre hanno testimoniato, anche nel più recente passato, l’abilità, la bravura e la creatività raggiunte nelle diverse fasi di lavorazione della seta, attraverso tecniche e metodi sempre più raffinati ed eleganti. (“Seta, il Novecento a Como”, nella splendida Villa Olmo di Como: Abraham, Cugnasca, Ghioldi, Lucchini, sono solo alcuni dei nomi dei più importanti industriali del settore del ‘900 presenti alla mostra). Un’altra mostra emozionante, nel palazzo ducale di Genova, ha illustrato le glorie seriche della città, che nel Cinquecento contava circa 60.000 abitanti, oltre la metà dei quali era impiegata nel settore: artigiani di abilità portentosa, la cui arte non è andata perduta. L’eredità è stata raccolta da due famiglie di Zoagli, a pochi chilometri dalla Superba: quelle dei Cordani e dei Gaggioli. A Zoagli, nella riviera di Levante, agli inizi del secolo scorso, lavoravano a tutto spiano un migliaio di telai a mano, che, cinquant’anni fa, si erano letteralmente dimezzati. I pochi superstiti oggi lavorano praticamente tutti per i Cordani e i Giaggioli, che ingentiliscono il mondo con i loro preziosi velluti lisci, i più difficili da realizzare. Questi sono tessuti che solo pochi fortunati possono permettersi (arrivano a costare anche oltre i cinque milioni al metro), ma altri loro tessuti di seta (per camicie, cravatte e altro) sono altrettanto affascinanti e alla portata di molti. Questa, a grandi linee, è la complicata via della seta: una strada leggera e luminosa che in Italia ha trovato, e trova, uno dei suoi snodi principali. Una strada difficile da seguire, ma che ripaga chi ci si dedica con “eleganza, leggerezza e resistenza”.
TRATTO DA http://www5.indire.it:8080/set/bacodaseta/pagina17c.htm Tag:
SETA
domenica, 09 dicembre 07 12:10
MUSEO VIRTUALE CAPRAIMUSEO VIRTUALE CAPRAI ![]() DISEGNO STOFFA R.M SATERIALE
Nel 1908 usciva uno dei primi testi scientifici sulle Trine italiane, scritto dalla maggiore esperta del settore della prima metà del Novecento: Elisa Guastalla Errera, sposata con l’importante critico e storico dell’arte Corrado Ricci, che per una straordinaria e beneaugurale coincidenza, abitarono proprio in questa “torre” di piazza Venezia. Nel libro Elisa auspicava l’apertura di un museo ,“ideale, per ora “, scriveva, che potesse “servire d’insegnamento, di incitamento, di incoraggiamento alle nuove artiste dell’ago” che tra la fine del secolo XIX e gli inizi del XX, avevano “ripreso il leggiadro lavoro e felicemente ritrovato le antiche attitudini.” Alcuni coltoi conservatori di musei italiani, sull’esempio dei grandi musei d’arti applicate d’Europa (come il Victoria & Albert Museum di Londra, i Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles, il Musée textile di Lyon ecc.), resi consapevoli a seguito del movimento Arts&crafts di W.Morris) dell’importanza per artigiani e artigiane di poter vedere e studiare da vicino i manufatti storici per perfezionare le loro tecniche e trarre ispirazione, avevano iniziato a raccogliere anche esempi di merletti e ricami, che poi andranno a costituire le sezioni specialistiche del Castello Sforzesco di Milano,del Correr di Venezia, di Palazzo Zuckermann di Padova (l’unica consultabile) o Davanzati di Firenze, ecc. Nel 1936 non era ancora accaduto nulla se nel settembre di quell’anno la rivista Fili (n.33), pubblicava un articolo di Emilia Rosselli, intitolato “A proposito di un museo”, in cui si riprendeva l’argomento ricordando l’importanza che l’arte del merletto aveva avuto e ancora avrebbe potuto avere in Italia, auspicando un’esposizione permanente ( con rotazione dei materiali antichi, schedati scientificamente) in un museo specifico. Veniva sottolineato il fatto che si sarebbe trattato di “impresa di interesse internazionale”, dal momento che chiunque in Europa, avesse voluto conoscere la storia del merletto avrebbe dovuto iniziare le ricerche dall’Italia, dove l’arte aveva avuto origine, sviluppandosi nel corso dei secoli in modi straordinari, che altrove si era cercato invano di copiare. “Le raccolte sparse in ogni angolo d’Italia, in musei [depositi] e case private, sono certo già una eloquente dimostrazione di gusto e preziosa tradizione, ma scegliere i più significativi, confrontarli fra loro, ordinarne una seria e completa collezione a cui rivolgersi ogni qualvolta si abbia desiderio di basati sicuri documenti, potrà costituire una vera ricchezza nazionale” meritevole di ogni “speciale attenzione e rilievo”. Dopo oltre settanta anni non esiste ancora quel museo auspicato, ma limitate sezioni all’interno di qualche istituzione pubblica: si pensi al Poldi Pezzoli per esempio; oppure qualche piccola realtà a testimonianza di manifatture locali tradizionali, come a Burano o a Rapallo. Arnaldo Caprai, che ha cercato in ogni modo di realizzare tale museo , prima in Umbria, poi in altre regioni italiane, dove sarebbe stato disponibile a trasferire l’enorme patrimonio tessile raccolto, di fronte all’incomprensione del mondo accademico e politico, incomprensione dovuta alla non conoscenza e alla sottovalutazione dei cosiddetti “lavori donneschi” ( che stanno invece in questi ultimi anni ricomparendo grazie a circa 2000 scuole sparse in Italia e ad oltre un milione di donne che se ne stanno entusiasticamente riappropriando), ha deciso, riuscendovi, di crearlo virtualmente. Arnaldo Caprai, dal 1955 imprenditore tessile , produttore di ricami e merletti di artigianato artistico di altissima qualità, applicabili all’abbigliamento, all’intimo, all’arredo, è dagli anni Settanta collezionista di tutto ciò che riguarda la storia e la tecnica di tali manufatti, ma non solo. Sensibile e competente conoscitore del “ramo”, consapevole dell’importanza sociale e artistica del “fatto a mano”, da allora non ha mai smesso di aggiornare e ampliare le sue straordinarie raccolte, fonti inesauribili di ispirazione per la sua stessa azienda e ora, con la messa on-line di questo meraviglioso regalo virtuale, anche per chiunque desideri consultarlo. La sua è sicuramente una delle più vaste collezioni specialistiche esistenti in Europa, non solo a livello privato. Di tutti i materiali raccolti (22.000) documentati iconograficamente e schedati scientificamente (secondo le regole di catalogazione della Soprintendenza per i Beni Storico-artistici), è stato pianificato un metodico restauro, di manutenzione o conservazione. Merletti e ricami (oltre 4.500) risultano divisi per soggetti, riconducibili alle due categorie fondamentali dell’abbigliamento e dell’arredo. E’ così possibile in entrambi i campi, seguirne trasformazioni e variazioni imposte dalle mode attraverso i secoli, dal Rinascimento fino ai nostri giorni. Anzi da ancora prima, considerando l’acquisizione di tessuti copti dei secoli VI-XII e di esemplari delle cosiddette “tovaglie perugine”, tipiche di Umanesimo e Rinascimento italiani. Sono presenti tutte le tipologie del merletto,dalle più antiche e nobili dell’ago e dei fuselli,a quelle più semplici di modàno o filet, puncetto e macramè, uncinetto, chiaccherino o frivolité, in tutte le numerose varietà realizzate in Italia e in Europa. Sono esemplari di grandi dimensioni, tovaglie, tende, copriletto, abiti, accessori (guanti, ventagli, fazzoletti ecc.), assolutamente non più realizzabili, di elevatissimo costo e ancora richiestisul mercato mondiale del lusso. Nella sua appassionata ricerca Caprai non ha trascurato la documentazione bibliografica sempre aggiornata, nè quella archivistica: l’annessa biblioteca (3.500 segnature), comprende oltre ai migliori testi otto e novecenteschi su tali argomenti (compresi i libri di Elisa Ricci, naturalmente), cataloghi di mostre, manuali didattici, anche rari esemplari antichi come Habiti antichi et moderni di Cesare Vecellio,stampato a Venezia nel 1598 o l’edizione del 1638 de La piazza universale di tutte le professioni del mondo,di Tommaso Garzoni , oppure libri curiosi come la Descrizione delle felicissime nozze della Christianissima Maestà di Madama Maria Medici di Francia e di Navarra, di Michelangelo Buonarroti, nipote del più celebre artista toscano, edita a Firenze nel 1600, in cui si descrivono gli apparati cerimoniali,gli arredi scenografici, organizzati in occasione dello storico evento nuziale. Tra i documenti archivistici, comunque inerenti alla storia del costume, si conservano epistolari, inventari, patti dotali, contratti notarili, prammatiche e leggi suntuarie dei secoli XVI-XIX; e poi albums di disegni ,stampe, figurini, cartamodelli, fotografie, cartoline illustrate. Tra i libri di disegni per merletti e ricami,meglio noti con il termine di modellari, ci sono pregevoli riedizioni anastatiche della fine del secolo XIX, ma anche esemplari autentici come La vera perfettione del disegno di varie sorti di ricami... di Giovanni Ostaus, La corona delle nobili et virtuose donne...libro terzo, di Cesare Vecellio, la Nova esposizione de recami et dessegni, di Giacomo Antonio Somascho,edite a Venezia tra il 1584 e il 1593, quest’ultima sconosciuta anche a specialisti come Arthur Lotz, autore di una fondamentale Bibliographie der Modelbucher (Stuttgart-London,1963). Non meno importante è il settore delle riviste femminili (10.500 numeri, fino agli anni ‘40) che, destinate inizialmente (nel 1785-86 ) all’aristocrazia e alla ricca borghesia, si sono diffuse e moltiplicate nel corso dell’Ottocento rivolgendosi ad un pubblico sempre più eterogeneo: non solo attestano le evoluzioni e i mutamenti delle mode, dei decori, ma offrono uno spaccato di quotidianità, di comportamenti, di costumi, di gusti, di mentalità. Indispensabili per comprendere le tecniche di lavorazione e rifinitura dei tessili, da quelli manufatti a quelli meccanici,di grande interesse demo-etno-antropologico, sono strumenti e attrezzi artigianali e i macchinari di archeologia industriale (2.200) dai più semplici come gli aghi, ai più complicati come il filatoio “Jenny”, a 72 fusi, ancora funzionante, nonchè l’ armamentario relativo a tali “svaghi femminili”: astucci da lavoro,contenenti punteruoli, aghi, forbici, ditali, rocchetti, fermagomitoli , ferri da maglia, uncinetti, spolette per chiaccherino; tomboli di ogni formato e provenienza, con fuselli semplici o scolpiti, di legno, avorio, vetri policromi ; telaietti per filet, macramè e ricamo, telai a licci per tessuti semplici e piccolo-operati, fusi, rocche e conocchie, talora simbolicamente intagliate, scambievoli doni nuziali; arcolai orizzontali e verticali; filatoi ad aletta (di leonardesca memoria), matrici scolpite in rilievo o tamponi a chiodini per la stampa su stoffa; cardasse per pettinare la lana o il cotone; gramole battitrici per canapa e lino; ferri da stiro di molteplici forme,dimensioni e peso, alcuni addirittura medievali; le prime macchine da cucire prestigiose come le Lehmann e le Singer,anche portatili; i prototipi paleoindustriali di filatoi e filandine. Infine si sono aggiunti dipinti (16 ritratti dei secoli XVII-XIX), monete e francobolli, come originali e attendibili fonti iconografiche. Entrando nelle 14 sale espositive del museo virtuale Caprai, si possono scoprire circa 200 reperti tra quelli sopra citati, selezionati con grande accortezza per stimolare l’interesse verso la storia e la tecnica dei merletti, e per sollecitare successivi approfondimenti. Si passa da un oggetto all’altro come zoommando con una telecamera, e di ciascuno è possibile vedere l’ingrandimento e relative descrizioni scientifiche: la scenografia è piacevole, essenziale nella resa dei personaggi, ricca di dettagli filologicamente precisi, come per esempio i tessuti di abiti e arredi, mobili, soprammobili ecc.. E’ come visitare una mostra, che potrà essere diversamente tematica negli anni a venire, con l’apertura di nuove “sale” virtuali. Si inizia con una scena di vita quattrocentesca con aristocratici che pranzano in una locanda arredata con tovaglie perugine e altre biancherie del medesimo tipo( sul pane sopra la madia, sul vassoio, appese ad asciugare); si prosegue con un cinquecentesco “portego” veneziano, sobriamente arredato, aperto, grazie ad una maestosa“serliana”, sulla laguna, con pianta topografica del De’ Barbari alla parete, modellari sul tavolo, merletti in lavorazione sul tavolinetto tondo, “nobili donne” intente a merlettare, le vesti impreziosite da accessori trinati; si entra poi in un contesto tosco-umbro, arazzo mediceo sopra un maestoso caminetto acceso, ritratto di nobile del primo ‘600 con ghelaro e collare trinato a mantellina, aristocratiche occupate nelle “opre leggiadre” con dettagli di pizzo ad ago e a fuselli dello stesso periodo su scolli e polsi; eccoci poi nella Versailles di Luigi XIV e Colbert, boiseries e stucchi raffinati, ritratti alle pareti; tovaglia preziosa e vasellami, dame attratte dalla stola sontuosa mostrata dal merciaio di corte; si giunge infine nell’intimità di un tinello aristocratico, con annessa cappellina di famiglia pretesto per mostrare l’abbigliamento alla moda nella Venezia del tardo secolo XVII, maschile, femminile e infantile, nonché liturgico indossato dal prelato o posto a decoro dell’altare. Passando attraverso un ambiente fiammingo (ancora “veermeriano”), pareti rivestite di semplici tavole di caldo legno, pavimento con decoro geometrico vistoso, un divano nel “liagò” finestrato con preziosi strumenti di lavoro sui davanzali interni, le donne sorprese a merlettare, si arriva in un boudoir parigino, ricchi tendaggi , divanetti vezzosi, ricami a piccolo punto, giovanissima domestica con vassoio della cioccolata (citazione di Chardin o Liotard); per concludere il secolo con la riproposta di una scena del carnevale veneziano: baute bianche, tabarrini, mantelline di merletto nero, ventagli e barbole, mobili laccati e porcellane cinesi ricreano un’atmosfera goldoniana in puro stile longhiano. Si ritorna nella Parigi napoleonica, in ambiente ancora neoclassico, ma con abiti “impero” ed accessori trinati, imposti dal cerimoniale di corte per ridare slancio e lavoro alle maestranze rimaste disoccupate dopo la rivoluzione; si passa oltre nel Regno unito, in una stanza di gusto ancora vittoriano; poi in una hall da Gran Hotel europeo, caratterizzata dall’eclettismo degli stili dell’ultimo quarto dell’’800. Per Eleonora Duse, che indossa una esoticheggiante vestaglia ricamata, si è voluto ricreare una scenografia teatrale, inserendo anche altri suoi oggetti personali come ombrellino e ventaglio e altri accessori del primo ‘900 . La rassegna si conclude rievocando due esempi di recupero di tale artigianato femminile, avvenuti tra fine ‘800 ed inizio ‘900, proponendo interni di laboratori o scuole di merletti, in particolare di quello ad ago di Burano e all’uncinetto dell’Isola Maggiore del Lago Trasimeno. Dunque un meraviglioso regalo, questa mostra virtuale ( a cui ne seguiranno altre, continuando incessante l’inserimento di immagini e schede) del cav. del lavoro Arnaldo Caprai, ultima in ordine di tempo rispetto agli innumerevoli altri fatti nel corso degli anni: per esempio la pubblicazione di dodici libri e diciassette cataloghi; l’ organizzazione di diciotto mostre, in Italia e all’estero ( tra cui meritano in particolare di essere ricordate le edizioni di Bruges e di Tokyo) ; molteplici eventi culturali, divulgativi e didattici quali cicli di lezioni e conferenze. In attesa della prossima generosa sorpresa , nella speranza che nella capitale si apra anche il museo reale, a nome degli studiosi, degli appassionati di arti minori in generale, delle merlettaie maestre e principianti, gli esprimo dunque un sincero, riconoscente e affettuoso ringraziamento.
Prof. Doretta Davanzo Poli Università Ca’ Foscari-Venezia domenica, 09 dicembre 07 12:06
MUSEI CIVICI VENEZIANICentro Studi di Storia del Tessuto e del Costume. domenica, 09 dicembre 07 12:04
Cenni di storia del tessutoCenni di storia del tessuto (VII - XIV secolo)da: L'antico tessuto d'arte italiano nella mostra del tessile nazionale. Roma, 1937
I più remoti impulsi all'arte tessile italiana, vanno ricercati nelle stoffe copte, e soprattutto in quelle orientali. Le prime, esumate dalle tombe, riflettono l'arte dell'Egitto nella nuova luce del Cristianesimo, dal IV fino al VII secolo circa, allorché venne sopraffatto dalla conquista araba (a. 641) che vi propagò la sua civiltà e la sua religione: in esse elementi egizi, ellenistici ed anche orientali s'innestano a spiriti e modi che attestano il persistere della tradizione romana. Le altre diffondono per tutto l'Occidente il sorriso di quella brillante fantasia che colora i primi canti del poema cristiano e innova gli schemi decorativi classici riflettendovi l'eco di un mondo favoloso, di animali e vegetazioni fantastiche, l'ardenza di una colorazione che gareggia con le gemme in lustri e splendori.Le stoffe copte sono intese con una tecnica impressionistica, a macchie vivaci di colori, a notazioni rapide di movimento e di azione, con una spigliatezza naturalistica che non esclude l'estro di trasformare con senso ornamentale sia la figura umana e quella animale, sia il mondo delle forme vegetali e geometriche.Nel Museo Correr di Venezia, in quello di Palazzo Venezia, nel Museo Artistico Industriale di Roma... sono conservati frammenti tipici di questo cospicuo materiale d'arte tessile. Tipicamente alessandrino è un frammento di stoffa che raffigura Sansone in atto di sbranare il leone, in accordo di rosso e giallo, in cui l'azione determina vivaci ritmi lineari conservato nel Museo Nazionale di Firenze. I tessuti alessandrini erano dei più pregiati fra quelli dei primi secoli del Cristianesimo, e Alessandria, più che la Siria, fu l'emporio massimo di esportazione verso l'Occidente.Quando in Oriente s'accese il fulgore dell'arte bizantina, nella quale confluivano elementi romani, ellenistici, sassanidi, siriaci, come in un potenziamento del genio orientale, se l'arte nostra ne risentì l'influsso specie nel dominio delle manifestazioni decorative, ciò non avvenne senza un intricato gioco d'interferenze e di scambi non ancora pienamente chiarito. E se l'importazione di stoffe bizantine dovè essere copiosa, come attesta, fra l'altro, il Liber pontificalis romano, non difettarono pertanto le interpretazioni e derivazioni da quei modelli, fra le quali si trovavano certamente molte delle stoffe mandate in dono dai papi ai sovrani d'oltralpe.S'annoverano parecchie stoffe di carattere bizantino. Al IX secolo risale il celebrato Velo di Class proveniente dal Museo Nazionale di Ravenna, a ricami con figurazioni di Santi, in una delicata armonia oro e rosso, che originariamente costituiva la cornice di un velo d'altare; al X la Casula di Bressanone, forse la più bella stoffa uscita dalle fabbriche imperiali di Costantinopoli, a grandi aquile campeggianti contro un sontuoso fondo di porpora; all'XI secolo va riferito il Pallio di Castell'Arquato raffigurante nelle due parti onde consta la Consacrazione del pane nell'Ultima cena e la Consacrazione del vino.Nella Dalmatica denominata a torto di Carlo Magno perché opera probabilmente del secolo XII, malgrado le menomazioni subite della Basilica di San Pietro a Roma, con la rappresentanza della Trasfigurazione da un lato, della Resurrezione e della Vita eterna dall'altro, l'arte del ricamo raggiunge finezze mirabili nella freschezza del colore, azzurro, grigio e oro, nel fluire delle linee, nella dignità delle figure, nel senso lirico della scena della Resurrezione governata dalle insistenti cadenze proprie dell'arte bizantina.Ma in Sicilia, forse già intorno al X secolo, malgrado che la denominazione araba vi avesse diffuso le sue stoffe decorate ad intrecci e forme geometriche che assumono il valore di un linguaggio musicale, e a Lucca, si lavoravano stoffe, inizio di una attività che diventerà gloriosa nei prossimi secoli. Ed è nota pure l'operosità di fabbriche a Catanzaro.Con Ruggero II specialmente le fabbriche palermitane acquistarono grande sviluppo. Egli le accolse nella sua stessa Reggia, come a Bisanzio avevano trovato luogo fin dal IV secolo nel Palazzo Imperiale. A Palermo i partiti ornamentali e cromatici importati dall'Oriente e dall'Islam vennero elaborati. Mentre le stoffe bizantine preferivano le colorazioni in rosso porpora, i azzurro cupo, in violaceo, e soltanto fra il X e l'XI secolo sentirono l'influenza della iridescente colorazione orientale, per la maggior parte le stoffe sicule amarono le gamme calde e variate, in una intonazione gemmea. E quanto agli schemi decorativi, se s'inspirarono all'Oriente e all'arte araba per le teorie di animali che animano i drappi, disposero le figure non più affrontate, bensì in movimento, l'una contro l'altra, separate da steli o piante stilizzate con schietto sentimento decorativo, sì da richiamare soltanto vagamente l'albero della vita caratteristico delle stoffe persiane; e secondo una linea verticale, benché di quando in quando riaffiori l'ordinanza a linee orizzontali ed a scomparti circolari inscriventi figure di animali, che è propria dell'arte romanico-bizantina, e trova nel fiammeggiante piviale di Bonifacio VIII del Duomo di Anagni la sua apoteosi. Le magiche scritte arabe si riscontrano in ogni tempo nelle stoffe siciliane, ma spesso esse disimpegnano una funzione puramente ornamentale.Da queste officine potè uscire la Casule di S. Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury accesa come dai riverberi di una fiamma, in un gioco lineare e ritmico su bizzarre suasive cadenze che definisce le figurazioni segnate di singolari accenti e intese in contrapposizioni di linee sul punto di risolversi in altre combinazioni e figure ritmiche. Certo la Casula di damasco verde (seconda metà del sec. XII) già nel tesoro i S. Pietro a Salisburgo, ora nella Collezione Abegg di Torino, della stessa qualità del manto dei sovrani siciliani, e quindi tessuta nelle manifatture reali a Palermo, a fini disegni verde su verde e una decorazione a oro puro e perle di balenante splendore. La vitalità di queste fabbriche si estende nel sec. XIV, come la fede il Piviale in broccato verde del Museo Civico di Torino.Accanto a Palermo, e con maggiore indipendenza dalla tradizione orientale e da quella araba, si sviluppa l'industria lucchese, che nel sec. XIII vantava tremila telai, Lucca derivò in parte i suoi schemi decorativi da Palermo su motivi zoomorfi e vegetali fantasticamente sentiti, ma predilesse altresì gli schemi a castelli, e comunque interpretò i partiti ornamentali di Oriente nei modi propri del linearismo gotico, differenziandosi nettamente per il disegno limpido, sempre nitidamente definito, anche quando non segue schemi regolari o fantastici; partecipando così dall'ordine, della razionalità, della purezza aurea dell'arte toscana. Si tende alla interpretazione del vero, pur nel vivo sentimento decorativo della linea, non alla ieraticità e alle solenni sequenze che le stoffe panormitane derivarono dai bizantini.Lucca ebbe segnatamente i diaspri, se pure derivati in un certo modo da prototipi orientali e siciliani, così denominati perché il fondo tenuto lucido e il disegno opaco determinano un morbido colore cangiante, una lucentezza madreperlacea che richiama talune maioliche dette diasperate. Si veda il Piviale del Museo Artistico Industriale di Roma, ad aquile e dromedari contrapposti in leggiadre figure ritmiche di un bel rosso ormai stinto, con notazioni in giallo e verde.Con Lucca s'entra in pieno nel periodo gotico, e ciò spiega anche le tendenze naturalistiche proprie di tutta l'arte del periodo. Nel secolo XIV si rompono decisamente, come parecchi degli esemplari or citati dimostrano, gli schemi immobili e solenni dell'arte romanica; gli animali e le piante, pur nella linea decorativa, vivono una loro vita intensa e talvolta drammatica, ora in lotta fra loro, ora insidiati da come da una forza oscura. S'avverte nelle stoffe l'influenza cinese che si fa strada rapidamente con i suoi ori preziosi, le sue fantasticherie raffinate che trasportano in un mondo di sogno, e le sue tecniche espertissime, pur non arrestandosi del tutto l'importazione dall'Oriente mediterraneo e asiatico, palese anche nei dipinti di taluni pittori, come nell'Incoronazione della Vergine di Paolo Veneziano a Brera, e in una tavola di Allegretto Nuzi della Pinacoteca di Fabriano.S'aggiunge l'importazione di stoffe d'opus anglicanum e d'opus theotonicum, queste soprattutto a ricamo, quelle rappresentate tuttora da splendidi esemplari, quali il Piviale di Pio II del Museo di Pienza, smagliante di colore, una gioia degli occhi e dello spirito nelle sue figurazioni eleganti, elegantemente inquadrate, e il Piviale con le storie della vita di Gesù del Duomo di Anagni di una armoniosa colorazione rosso e verde; ma il tessuto d'arte nostro mantiene propri i caratteri e li afferma ogni giorno di più.Lucca continua il suo ciclo perfezionando i modi e le tecniche a lei proprie, trasformando e segnando della propria impronta il rinnovamento che nell'arte tessile si determina durante il Trecento. Anzi l'emigrazione della sua gente a Firenze, Venezia, Bologna, crea altri centri di produzione, e innova le fabbriche già operose, mentre fiorisce sotto altri impulsi l'arte tessile pure a Genova.Nel secolo XIV si sviluppa notevolmente anche il ricamo. I ricamo italiano si differenzia da quello nordico che fu ricco di complicazioni ornamentali, per il disegno chiaro e largo, e la minore accentuazione dell'ornato gemmeo. LA materia decorativa è fornita dal mondo vegetale ed animale in un sentimento naturalistico che si giova largamente delle eleganze lineari gotiche.
tratto da http://www.ambientece.arti.beniculturali.it
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